Home  ›  Articolo

Sindrome da underdog: Meloni e Schlein, stesso vittimismo contro i poteri forti e stessa paura del pareggio

Giorgia Meloni ed Elly Schlein sono avversarie, ma condividono una narrazione politica: entrambe si descrivono come outsider ostacolate dall’establishment e puntano a evitare lo scenario delle larghe intese.

Giorgia Meloni ed Elly Schlein durante interventi alla Camera dei deputati
Curiopop · Informazione, senza rumore.

Due leader politicamente lontane, Giorgia Meloni ed Elly Schlein, sembrano aver trovato un terreno comune nella comunicazione: raccontarsi come protagoniste ostacolate da un sistema di potere che non vorrebbe vederle affermarsi. È il paradosso messo in evidenza da un’analisi pubblicata da HuffPost e firmata da Alberto Gentili: due avversarie che, pur rappresentando mondi diversi, ricorrono a una narrazione sorprendentemente simile.

La premier e la segretaria del Partito democratico si presentano entrambe come figure non allineate, chiamate a superare resistenze e pregiudizi dell’establishment. Il messaggio è diverso nei contenuti, ma simile nella costruzione: il consenso viene alimentato anche attraverso l’idea di una leadership che deve combattere contro ostacoli esterni.

Il racconto dell’underdog: due versioni della stessa strategia

Il confronto è emerso con particolare evidenza dopo le dichiarazioni rilasciate dalle due leader a Bruno Vespa, in occasione delle anticipazioni del suo nuovo libro. Schlein ha richiamato le difficoltà che, a suo giudizio, una parte dell’establishment opporrebbe all’arrivo della sinistra a Palazzo Chigi, sottolineando anche la propria condizione personale e il fatto di non conformarsi a determinati standard.

Meloni, dal canto suo, ha denunciato quella che considera una resistenza culturale nei confronti di una figura di destra al Quirinale. La presidente del Consiglio ha ribadito di voler restare alla guida del governo per altri cinque anni, ma ha anche descritto come ostile una parte degli ambienti che, secondo la sua lettura, non accetterebbero una destra stabilmente ai vertici delle istituzioni.

Le situazioni non sono identiche. Schlein parla delle barriere che ritiene possano frenare la sua eventuale corsa alla guida del governo; Meloni, già premier, sposta il discorso sulla possibilità che una personalità di destra possa arrivare al Quirinale. Ma entrambe costruiscono il proprio racconto attorno alla contrapposizione tra una leadership che si considera legittimata dal voto e un establishment percepito come resistente.

Il vittimismo strategico come strumento politico

La rappresentazione di sé come outsider assediata non è soltanto una scelta di stile. Può diventare uno strumento per consolidare il rapporto con il proprio elettorato, trasformando le difficoltà in una prova di autenticità e gli attacchi degli avversari in una conferma della propria diversità. In questa chiave, il richiamo ai poteri forti consente di presentare la competizione politica come uno scontro tra chi vuole cambiare le cose e chi vorrebbe conservare gli equilibri esistenti.

Per Meloni questa narrazione accompagna da tempo il percorso politico della destra: la rottura di un presunto tetto di cristallo, l’origine politica a Colle Oppio e la rivendicazione di essere arrivata ai vertici senza il sostegno dei circuiti tradizionali. Schlein ha progressivamente utilizzato un registro simile, descrivendo le resistenze che incontrerebbe una leadership progressista e richiamando anche gli elementi della propria storia personale.

La paura del pareggio e il rifiuto delle larghe intese

Un altro elemento che avvicina le due leader è la diffidenza verso uno scenario elettorale senza un vincitore chiaro. Un risultato di sostanziale parità potrebbe infatti riaprire la strada a formule di governo trasversali, ridimensionando il ruolo dei due principali contendenti e mettendo in discussione la loro centralità politica.

In questo quadro si inserisce il confronto sulla legge elettorale e sul premio di maggioranza. La prospettiva di una competizione netta tra coalizioni è funzionale a entrambe: Meloni punta a consolidare il campo del centrodestra, mentre Schlein vuole presentarsi come l’alternativa in grado di contendere direttamente Palazzo Chigi. Le larghe intese, al contrario, rischierebbero di spezzare questa dinamica e di ridurre il peso delle rispettive leadership.

Avversarie, ma con una narrazione in comune

La somiglianza non cancella le differenze profonde tra le due. Le loro idee, le rispettive coalizioni e le proposte politiche restano distanti. Il punto è un altro: entrambe sembrano considerare utile una rappresentazione della propria leadership come forza di rottura, costretta a misurarsi con resistenze che arriverebbero dai centri di potere.

È una strategia che può mobilitare i sostenitori e rendere più riconoscibile lo scontro politico. Ma porta con sé anche una contraddizione: chi governa o aspira a governare deve dimostrare di poter incidere concretamente sulle istituzioni, non soltanto di essere ostacolato da esse. La sfida per Meloni e Schlein sarà trasformare la narrazione dell’underdog in risultati e consenso, senza lasciare che il confronto si riduca a una gara a chi si sente più assediata.

Fonte e spunto di analisi: Alberto Gentili, HuffPost Italia, “Sindrome da underdog. Meloni e Schlein: stesso vittimismo contro i poteri forti, stessa paura del pareggio”, 3 novembre 2026. L’articolo rielabora i temi e le dichiarazioni riportati dalla testata.